Classifica del debito pubblico (DECRESCENTE)

Postati in Economia e politica con i tag , , su 3 marzo 2012 da Speranza&Rivoluzione™

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1. GRECIA
Moody’s: C
S&P: SD
Fitch: C

2. IRLANDA
Moody’s: Ba1
S&P: BBB+
Fitch: BBB+

3. PORTOGALLO
Moody’s: Ba3
S&P: BB
Fitch: BB+

4. ITALIA
Moody’s: A3
S&P: BBB+
Fitch: A+

5. SPAGNA
Moody’s: A3
S&P: A
Fitch: AA-

6. FRANCIA
Moody’s: Aaa
S&P: AA+
Fitch: AAA

7. BELGIO
Moody’s: Aa3
S&P: AA
Fitch: AA+

8. STATI UNITI
Moody’s: Aaa
S&P: AA+
Fitch: AAA

9. AUSTRIA
Moody’s: AAA
S&P: AA+
Fitch: AAA

10. GERMANIA 
Moody’s: Aaa
S&P: AAA
Fitch: AAA


Indice rating rischio investimento: 

Rischio minimo: Aaa/AAA
Molto basso: Aa/AA
Rischio basso: A/A
Rischio moderato: Baa/BBB
Rischio sostanziale: Ba/BB
Alto rischio: B/B
Rischio molto alto: Caa/CCC
Sd: Default selettivo

fonti: Moody’s, Standard & Poors, Fitch

_______________ Giuseppe Fava

Postati in Grandi Uomini con i tag , , su 21 febbraio 2012 da Speranza&Rivoluzione™

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Il 28 dicembre 1983 rilascia la sua ultima intervista a Enzo Biagi nella trasmissione Filmstory, trasmessa su Rai uno, sette giorni prima del suo assassinio. Raccontava Fava:

 

« Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante… »

Nacque a palazzo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 settembre 1925. I suoi genitori Giuseppe ed Elena erano maestri di scuola elementare, i suoi nonni contadini. Nel 1943 si trasferì a Catania e si laureò in giurisprudenza. Nel 1952 diventò giornalista. Iniziò così a collaborare a varie testate regionali e nazionali, tra cui Sport SudLa Domenica del Corriere,Tuttosport e Tempo illustrato di Milano.

Nel 1956 venne assunto dall’Espresso sera, di cui fu caporedattore fino al 1980. Scriveva di vari argomenti, dal cinema al calcio, ma i suoi lavori migliori furono una serie di interviste ad alcuni boss di Cosa nostra, tra cui Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo. Molti lo avrebbero visto alla direzione del secondo quotidiano catanese, ma l’editore Mario Ciancio Sanfilippo gli preferì un altro giornalista, si disse perché non facilmente controllabile da chi comandava.

Nel periodo in cui lavorò all’Espresso sera, Pippo Fava iniziò a scrivere per il teatro. La sua prima opera, Cronaca di un uomo, è datata 1966 e ha vinto il Premio Vallecorsi. Nel 1970 La violenza conquista il Premio IDI e dopo la prima al Teatro Stabile di Catania è portata in tournèe per tutta l’Italia. Nel 1972 è partita la sua collaborazione con il grande schermo, con la trasposizione cinematografica del suo primo dramma: La violenza: Quinto potere, che fu diretto da Florestano Vancini. Nel 1975 il suo primo romanzo, Gente di rispetto, è stato messo in scena da Luigi Zampa.

Dopo aver lasciato l’Espresso sera, Fava si trasferì a Roma, dove condusse Voi e io, una trasmissione radiofonica su Radiorai. Continuò a scrivere collaborando con Il Tempo e il Corriere della sera e, soprattutto, scrivendo la sceneggiatura di Palermo or Wolfsburg, film di Werner Schroeter tratto dal suo romanzo Passione di Michele. Nel 1980 il film vince l’Orso d’Oro. Continuava anche l’attivitàteatrale, iniziata anni prima e culminata con alcune rappresentazioni delle sue opere.

Nella primavera del 1980 gli venne affidata la direzione del Giornale del Sud. Inizialmente accolto con scetticismo, Fava creò un gruppo redazione ex novo, affidandosi a giovani ed inesperti cronisti improvvisati. Tra di essi figuravano il figlio ClaudioRiccardo OriolesMichele GambinoAntonio RoccuzzoElena Brancati, Rosario Lanza, che l’avrebbero seguito nelle successive esperienze lavorative.

Pippo Fava fece del Giornale del Sud un quotidiano coraggioso. L’ 11 ottobre 1981 pubblicò Lo spirito di un giornale, un articolo in cui chiariva le linee guida che faceva seguire alla sua redazione: basarsi sulla verità per «realizzare giustizia e difendere la libertà». Fu in quel periodo che si riuscì a denunciare le attività di Cosa nostra, attiva nel capoluogo etneo soprattutto nel traffico della droga.

Per un anno il Giornale del Sud continuò senza soste il suo lavoro. Il tramonto della gestione Fava fu segnato da tre avvenimenti: la sua avversione all’installazione di una base missilistica a Comiso (poi effettivamente realizzata), la sua presa di posizione a favore dell’arresto del boss Alfio Ferlito e l’arrivo di una nuova cordata di imprenditori al giornale. I nomi dei nuovi editori dicevano poco: Salvatore Lo TurcoGaetano GraciGiuseppe AleppoSalvatore Costa. Si trattava di «tipi ambiziosi, astuti, pragmatici», come il figlio Claudio spiegava ne La mafia comanda a Catania. Poi si scoprì che Lo Turco frequentava il boss Nitto Santapaola, e che Graci andava a caccia con il boss.

Inoltre erano iniziati gli atti di forza contro la rivista. Venne organizzato un attentato, a cui scampò, con una bomba contenente un chilo di tritolo. In seguito, la prima pagina del Giornale del Sud che denunciava alcune attività di Ferlito fu sequestrata prima della stampa e censurata, mentre il direttore era fuori.

Di lì a poco Pippo venne licenziato. I giovani giornalisti occuparono la redazione, ma a nulla valsero le loro proteste. Per una settimana rimasero chiusi nella sede, ricevendo pochi attestati di solidarietà. Dopo un intervento del sindacato, l’occupazione cessò. Poco tempo dopo, il Giornale del Sud avrebbe chiuso i battenti per volontà degli editori.

Rimasto senza lavoro, Fava si rimbocca le maniche e con i suoi collaboratori fonda una cooperativa, Radar, per poter finanziare un nuovo progetto editoriale. Praticamente senza mezzi operativi (appena due Roland di seconda mano acquistate grazie alle cambiali) ma con molte idee, il gruppo riesce a pubblicare il primo numero della rivista nel nel novembre1082. La nuova rivista, con cadenza mensile, si chiama I Siciliani.

Diventò subito una delle esperienze decisive per il movimento antimafia. Le inchieste della rivista diventarono un caso politico e giornalistico: gli attacchi alla presenza delle basi missilistiche in Sicilia, la denuncia continua della presenza della mafia, le piccole storie di ordinaria delinquenza. Probabilmente l’articolo più importante è il primo firmato Pippo Fava, intitolato I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa. Si tratta di un’inchiesta denuncia sulle attività illecite di quattro imprenditori catanesi,Carmelo CostanzoGaetano Graci (agrigentino di nascita), Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi come Michele Sindona. Senza giri di parole, Fava collega i cavalieri del lavoro con il clan del boss Nitto Santapaola.

Nell’anno successivo, Rendo, Salvo Andò e Graci cercarono di comprare il giornale per poterlo controllare, ottenendo solo rifiuti. I Siciliani continuò ad essere una testata indipendente. Continuò a mostrare le foto di Santapaola con politici, imprenditori e questori. Immagini conosciute dalle forze di polizia ma non usate contro i collusi.

L’omicidio

Alle ore 22 del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava si trovava in via dello Stadio e stava andando a prendere la nipote che recitava in Pensaci, Giacomino! Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale. Non ebbe il tempo di scendere dalla sua Renault 5 che fu freddato da cinque proiettili alla nuca. Inizialmente, l’omicidio venne etichettato come delitto passionale, sia dalla stamap che dalla polizia. Si disse che la pistola utilizzata non fosse tra quelle solitamente impiegate in delitti a stampo mafioso. Si iniziò anche a frugare tra le carte de I Siciliani, in cerca di prove: un’altra ipotesi era il movente economico, per le difficoltà in cui versava la rivista.

Anche le istituzioni, in primis il sindaco Angelo Munzone, diedero peso a questa tesi, tanto da evitare di organizzare una cerimonia pubblica alla presenza delle più alte cariche cittadine. Le prime dichiarazioni ufficiali furono clamorose. L’onorevole Nino Drago chiese una chiusura rapida delle indagini perché «altrimenti i cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al Nord». Il sindaco ribadì che la mafia a Catania non esisteva. A ciò ribatté l’alto commissario Emanuele De Francesco, che confermò che «la mafia è arrivata a Catania, ne sono certo», e il questore Agostino Conigliaro, sostenitore della pista del delitto di mafia.

Il funerale si tenne nella piccola chiesa di Santa Maria della Guardia in Ognina e poche persone diedero l’ultimo saluto al giornalista: furono soprattutto giovani ed operai quelli che accompagnarono la bara. Inoltre, ci fu chi fece notare che spesso Fava scriveva dei funerali di stato organizzati per altre vittime della mafia, a cui erano presenti ministri ed alte cariche pubbliche: il suo, invece, fu disertato da molti, gli unici presenti erano il questore, alcuni membri del PCI e il presidente Regione Santi Nicita.

Successivamente, l’evidenza delle accuse lanciate da Fava sulle collusioni tra Cosa nostra e i cavalieri del lavoro catanesi viene rivalutata dalla magistratura, che avvia vari procedimenti giudiziari. L’attacco frontale che la mafia aveva messo in atto nei confronti delle istituzioni non poté passare inosservato. Dopo un primo stop nel 1985, per la sostituzione del sostituto procuratore aggiunto per “incompatibilità ambientale”, il processo riprese a pieno ritmo solo nel 1994.

Nel 1998 si è concluso a Catania il processo denominato “Orsa Maggiore 3″ dove per l’omicidio di Giuseppe Fava sono stati condannati all’ergastolo il boss mafioso Nitto Santapaola, ritenuto il mandante, Marcello D’Agata e Francesco Giammuso come organizzatori, e Aldo Ercolano come esecutore assieme al reo confesso Maurizio Avola. Nel 2001 le condanne all’ergastolo sono state confermate dalla Corte d’appello di Catania per Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, accusati di essere stati i mandanti dell’omicidio. Assolti Marcello D’Agata e Franco Giammuso che in primo grado erano stati condannati all’ergastolo come esecutori dell’omicidio. L’ultimo processo si è concluso nel 2003 con la sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato Santapaola ed Ercolano all’ergastolo e Avola a sette anni patteggiatii.

Sono stati due i pentiti protagonisti del processo: Luciano Grasso e Maurizio Avola. Entrambi sono stati presi di mira da La Sicilia, che ha annunciato il pentimento di Grasso prima ancora che avesse potuto testimoniare contro gli assassini di Fava  e che ha cercato più volte di screditare Avola tramite Tony Zermo. Avola, in particolare, spiegò che Santapaola organizzò l’omicidio per conto di alcuni «imprenditori catanesi» e di Luciano Liggio: nessuno di questi però è stato condannato come mandante.

Tratto da Wikipedia

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« Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo » 

(Pippo Fava. Lo spirito di un giornale. 11 ottobre 1981)


Angeli custodi – Gli uomini della Scorta

Postati in Grandi Uomini con i tag , , , su 2 febbraio 2012 da Speranza&Rivoluzione™

Così diceva Rita Borsellino, sorella del magistrato morto nella strage in via D’Amelio:

“Dico sempre che la scorta non è un contenitore vuoto ma che è fatta da persone con un compito straordinario: proteggere la vita di un altro anteponendola alla loro”

 
 

Nella strage di Capaci rimasero uccisi:

Gli agenti di scorta Antonino Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo vengono uccisi sul colpo. Sulla seconda vettura del corteo viaggiano Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e l’agente di scorta Giuseppe Costanza. Francesca Morvillo muore pochi ore dopo a causa delle gravi lesioni interne riportate, stessa sorte per Giovanni Falcone che spira tra le braccia di Paolo Borsellino. L’agente di scorta Costanza riporta alcune ferite ed un forte choc ma sopravvive all’attentato. Feriti ma salvi per miracolo anche gli alti tre agenti che viaggiavano sulla terza vettura blidata che chiudeva il corteo di scorta a Falcone: Paolo Capuzzo, 31 anni, Gaspare Cervello, 31 anni e Angelo Corbo, 27 anni.

Fonte immagine: www.19luglio1992.com

Nella strage di via D’Amelio rimasero uccisi:

Agostino Catalano, capo scorta, 43 anni. Sposato, aveva perso la moglie ed era rimasto solo con le sue due figlie. Walter Eddie Cosina, 30 anni. Era nato in Australia. Morto durante il trasporto in ospedale. Lasciava la moglie Monica. Emanuela Loi, 24 anni, la prima donna poliziotto entrata a far parte di una squadra di agenti addetta alla protezione di obiettivi a rischio. Vincenzo Li Muli, 22 anni. Il più giovane della pattuglia. Da tre anni nella Polizia di Stato, aveva ottenuto pochi mesi prima la nomina ad agente effettivo. Claudio Traina, 26 anni. Arruolato in Polizia giovanissimo, dopo essere stato a Milano e Alessandria, aveva ottenuto da poco il trasferimento nella sua città: Palermo.  Antonio Vullo, 32 anni, è l’unico riuscito a sopravvivere alla strage.

Fonte immagine: www.poliziadistato.it

A tutti coloro che rischiano la propria vita per difendere i principi di libertà e legalità, rendo onore.  Anche se in questo post non sono riuscito a nominare tutti gli Angeli custodi morti per difenderci è a tutti loro che mi inchino rispettoso e grato. Non ho altre parole per descrive quello che provo,  perciò prendo in prestito le parole della canzone PIOMBO, dedicata dal gruppo Torinese dei Subsonica a Roberto Saviano, un uomo che, come dice un altra canzone a lui ispirata, da molti anni indossa un cappotto di legno ma ciò nonostante continua a combattere, ricordando a tutti noi cosa significa essere coraggiosi.

Chiazze di sangue, giornate di sole. Le dita sull’asfalto, l’arma già scarica. Giovane vita in un gesso sottile. Tutto finisce, in terra resta una sagoma. Fanti e pedine, scacchiere di morte. La merce nel sistema è l’unica regola. Rischiare tutto e non essere niente. Nel male scuro che travolge ogni pietà. 

L’aria è più pesante che mai quando un fantasma ci ruba l’ossigeno. Quando il futuro è solo piombo su queste città, Sotto una cupola che sembra la normalità. L’aria è più pesante che mai e brucia tanto che manca l’ossigeno. Troppi silenzi in quel cemento che già sanguina. Troppe speranze nel mirino che ora luccica. 

Se un sogno non raggiunge neanche il mattino, Se le illusioni sono scorie di umanità, Come fare a coniugare un verbo al futuro. Quando il futuro è solo appalto di tenebra. Dentro una terra di sole e veleni, C’è un paradiso infestato dai demoni, Spettri temuti con nomi e cognomi, Che tremano solo di fronte alla verità. Quella del coraggio di chi sfida l’oscurità, Quella di chi scrive denunciando la sua realtà, Le anime striscianti che proteggono l’incubo. Sotto la scorta di un domani che scotterà.

L’aria è più pesante che mai quando un fantasma ci ruba l’ossigeno. Quando il futuro è solo piombo su queste città. Sotto una cupola che sembra la normalità. L’aria è più pesante che mai e brucia tanto che manca l’ossigeno. Troppi silenzi in quel cemento che già sanguina. Troppe speranze nel mirino che ora luccica. 

Aspettando le nuove puntate!

Postati in Appartamento Foggiano con i tag , , su 27 gennaio 2012 da Speranza&Rivoluzione™

Ultima puntata della scorsa stagione..

Trasmissione libera per parlare di Foggia e degli argomenti più importanti, vai a trovare i 3 studenti per proporre un argomento.

Cerca su Facebook APPARTAMENTO FOGGIANO

Puntata 17 – Appartamento Foggiano from jrstudio on Vimeo.

Riprendiamoci la DEMOCRAZIA

Postati in Economia e politica con i tag , , su 13 gennaio 2012 da Speranza&Rivoluzione™

Picture by ridatecilanostrademocrazia

La decisione della Consulta sull’inammissibilità dei referendum non modifica la sostanza del dibattito pubblico attorno alla legge elettorale. Esiste un patrimonio di attivazione, di impegno prodotto da un milione e duecentomila cittadini e che è ancora intatto. La richiesta del ritorno alle preferenze per scegliere i propri deputati e senatori, in Italia, resta maggioritaria e non è più rinviabile.

Per questa ragione Valigia Blu e Quink lanciano la campagna “Io voto chi mi fa scegliere”.

La parola passa nuovamente al Parlamento e ai partiti che hanno ora piena ed esclusiva responsabilità sul processo di riforma della legge elettorale. Non è nostro compito suggerire ricette, regole o soluzioni, ma vogliamo esprimere la nostra intenzione di premiare quelle forze politiche che si impegneranno in modo chiaro e netto per permettere ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti.

Chiediamo dunque al Parlamento e alla politica di lavorare per aprire quanti più spazi di partecipazione popolare possibili, sia all’interno dei partiti che nelle istituzioni. Perché la sfida del consenso, oggi, si gioca anche sulla qualità della vita democratica nel nostro Paese e su come la classe politica si impegna per migliorarla.

Se vuoi aderire alla campagna, applica il Picbadge Io voto chi mi fa scegliere al tuo account facebook e twitter.

Tratto da: Ridateci la Nostra Democrazia

>>>>>>>>>>>>>>> Giancarlo Siani

Postati in Grandi Uomini con i tag , , , su 15 dicembre 2011 da Speranza&Rivoluzione™

Giancarlo Siani

Nato in una famiglia della borghesia napoletana del quartiere del Vomero, frequentò il Liceo Vico partecipando ai movimenti studenteschi del 1977. Iscrittosi all’università, iniziò a collaborare con alcuni periodici napoletani mostrando particolare interesse per le problematiche dell’emarginazione: proprio all’interno delle fasce sociali più disagiate si annidava, infatti, il principale serbatoio di manovalanza della criminalità organizzata. Scrisse i suoi primi articoli per il mensile “Il Lavoro nel Sud“, testata dell’organizzazione sindacale CISL e poi iniziò la sua collaborazione come corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano Il Mattino di Napoli. Da Torre Annunziata, si occupò principalmente di cronaca nera e quindi di camorra, appassionandosi ai rapporti ed alle gerarchie delle famiglie camorristiche che controllavano Torre Annunziata e dintorni. Fu in questo periodo che iniziò anche a collaborare con l’ “Osservatorio sulla camorra“, periodico diretto dal sociologo Amato Lamberti. Al Mattino faceva riferimento alla redazione distaccata di Castellammare di Stabia. Pur lavorando come corrispondente, il giornalista frequentava stabilmente la redazione del comune stabiese: il suo sogno era strappare il contratto da praticante giornalista professionista per poi poter sostenere l’esame e diventare giornalista professionista.

Lavorando per Il Mattino Siani riuscì ad andare sempre più in profondità nella conoscenza della camorra, dei boss locali e degli intrecci tra politica e camorra, scoprendo una serie di connivenze che si erano stabilmente create all’indomani del terremoto tra esponenti politici oplontini e il boss locale, Valentino Gionta, che, da pescivendolo ambulante, aveva costruito un business partendo dal contrabbando di sigarette, per poi spostarsi al traffico di stupefacenti, controllano l’intero mercato di droga nell’area torrese-stabiese.

Le vigorose denunce del giovane giornalista lo condussero ad essere regolarizzato nella posizione di corrispondente (articolo 12 del contratto di lavoro giornalistico) dal quotidiano nell’arco di un anno. Le sue inchieste scavavano sempre più in profondità, tanto da arrivare a scoprire la moneta con cui i boss mafiosi facevano affari. Siani con un suo articolo accusò il clan Nuvoletta, alleato dei Corleonesi di Totò Riina, e il clan Bardellino, esponenti della “Nuova Famiglia“, di voler spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto pericoloso, scomodo e prepotente, per porre fine alla guerra tra famiglie. Ma le rivelazioni, ottenute da Giancarlo grazie ad un suo amico carabiniere e pubblicate il 10 giugno 1985, indussero la camorra a sbarazzarsi di questo scomodo giornalista.

In quell’articolo Siani ebbe modo di scrivere che l’arresto del boss Valentino Gionta fu reso possibile da una “soffiata” che esponenti del clan Nuvoletta fecero ai carabinieri. Il boss oplontino fu infatti arrestato poco dopo aver lasciato la tenuta del boss Lorenzo Nuvoletta a Marano, comune a Nord di Napoli. Secondo quanto successivamente rivelato dai collaboratori di giustizia, l’arresto di Gionta fu il prezzo che i Nuvoletta pagarono al boss Antonio Bardellino per ottenerne un patto di non belligeranza. La pubblicazione dell’articolo suscitò le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei, facevano la figura degli “infami”, ossia di coloro che, contrariamente al codice degli uomini d’onore della mafia, intrattenevano rapporti con le forze di polizia.

Da quel momento i capo-clan Lorenzo ed Angelo Nuvoletta tennero numerosi summit per decidere in che modo eliminare Siani, nonostante la reticenza di Valentino Gionta, incarcerato. A ferragosto del 1985 la camorra decise la sentenza di Siani, che doveva essere ucciso lontano da Torre Annunziata per depistare le indagini. Giancarlo lavorava sempre alacremente alle sue inchieste e stava per pubblicare un libro sui rapporti tra politica e camorra negli appalti per la ricostruzione post-terremoto.

Il giorno della sua morte telefonò al suo ex-direttore dell’Osservatorio sulla Camorra, Amato Lamberti, chiedendogli un incontro per parlargli di cose che “è meglio dire a voce”. Non si è però mai saputo di cosa si trattasse e se Giancarlo avesse iniziato a temere per la sua incolumità. Lo stesso Lamberti, nelle diverse escussioni testimoniali cui è stato sottoposto, ha fornito versioni diverse della vicenda che non hanno mai chiarito quell’episodio.

Il 23 settembre 1985, quattro giorni dopo aver compiuto 26 anni, appena giunto sotto casa sua con la propria Mehari, Giancarlo Siani venne ucciso: l’agguato avvenne alle 20.50 circa in via Vincenzo Romaniello, nel quartiere napoletano del Vomero. Siani, trasferito dalla redazione di Castellammare di Stabia a quella centrale de Il Mattino, all’epoca diretto da Pasquale Nonno, proveniva dal quotidiano di via Chiatamone. Per chiarire i motivi che hanno determinato la morte e identificare mandanti ed esecutori materiali furono necessari 12 anni e 3 pentiti.

Il 15 aprile del 1997 la seconda sessione della corte d’assise di Napoli ha condannato all’ergastolo i mandanti dell’omicidio (i fratelli Lorenzo, poi morto, e Angelo Nuvoletta, e Luigi Baccante detto Maurizio) e i suoi esecutori materiali (Ciro Cappuccio e Armando Del Core). In quella stessa condanna appare, come mandante, anche il boss Valentino Gionta. La sentenza è stata confermata dalla Corte di Cassazione, che però per mentre per Valentino Gionta dispose il rinvio ad altra Corte di Assise di Appello: si è svolto un secondo processo di appello che il 29 settembre del 2003 l’ha di nuovo condannato all’ergastolo, mentre il giudizio definitivo della Cassazione lo ha definitivamente scagionato per non aver commesso il fatto. Il fratello di Siani, Paolo, unico rimasto in vita della famiglia Siani, ricorda il fratello come un ragazzo carismatico, capace di grandi sacrifici, ma anche come una persona solare, pronta a dare sostegno; ed in un’intervista egli afferma:

<<Di noi due, insieme, conservo l’immagine di una giornata a Roma, a una marcia per la pace. Io col gesso che gli dipingo in faccia il simbolo anarchico della libertà. E lui che mi sorride>>

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Tributi dopo la morte

Nel 1999 è stato realizzato un cortometraggio sulla vicenda di Giancarlo Siani, dal titolo Mehari, diretto da Gianfranco De Rosa, per la sceneggiatura del giornalista napoletano e amico di Siani,Maurizio Cerino. Protagonista Alessandro Ajello, con la partecipazione di Nello Mascia.

Nel 2004 è uscito nelle sale cinematografiche il film “E io ti seguo” di Maurizio Fiume, interpretato da Yari Gugliucci. Nello stesso anno è stato istituito il Premio Giancarlo Siani dedicato a giornalisti impegnati sul fronte della cronaca.

Dal 2005 il Teatro Diana di Napoli mette in scena ogni anno uno spettacolo che vede Siani protagonista (insieme ad altre vittima della camorra) intitolato Ladri di sogni (spettacolo che nel 2006 ha vinto il premio come spettacolo per le scuole e ragazzi con più presenze)

Il 4 giugno del 2008 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha presenziato ad una cerimonia di commemorazione del giovane giornalista, nel corso della quale un’aula della scuola di giornalismo dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli è stata a lui intitolata.

Nel 2009 esce il film “Fortapàsc“, di Marco Risi (sceneggiatura di Marco Risi, Andrea Purgatori, Jim Carrington e Maurizio Cerino), dedicato all’ultimo anno di vita del giornalista, interpretato da Libero De Rienzo, che nel film guida la vera Citroen Mehari verde appartenuta a Siani. Il 19 settembre 2009, nel giorno del 50º anniversario dalla nascita di Siani, Fortapàsc, all’Invisible Film Festival di Cava de’ Tirreni vince i premi «Miglior Film», miglior regia, miglior attore protagonista, migliori attori non protagonisti e migliore sceneggiatura.

Sempre nel 2009 il gruppo rap napoletano Biscuits dedica a quest’ultimo film un video musicale, girato a Torre Annunziata, ispirato proprio alla pellicola che racconta la storia di Siani. È stato ideato anche uno spettacolo intitolato Ladri di Sogni.

Nel 2009 nasce ad Ercolano (NA) una Web Radio intotolata al giovane giornalista. Una Web Radio www.radiosiani.com della legalità anticamorra e denuncia sociale nata in un bene connfiscato all’ex boss locale Giovanni Birra. Nello stesso luogo dove per anni si è deciso della vita e della morte di tante persone, ora un gruppo di giovani lotta per la dignità e il riscatto di un paese, attraverso la diffusione di una cultura dell’antimafia, di valori sociali e libertà d’informazione.

Gli sono state inoltre intitolate strade, tra cui una nei pressi di piazza Leonardo a Napoli, nel luogo dove fu assassinato. Questa strada ha ora il nome di rampe Siani.

Diverse scuole in Italia sono a lui intitolate, come il centro polivalente per giovani a Castel San Giorgio (dal 21 marzo 2010), l’ISIS di Casalnuovo di Napoli (dal maggio 2010, precedentemente intitolato aManlio Rossi Doria) e il Liceo Scientifico Statale di Aversa (precedentemente sede succursale del Liceo intitolato ad Enrico Fermi).[1]. Il 26 novembre 2010 viene inaugurato il teatro del nuovo centro polifunzionale giovanile di San Giorgio a Cremano, intitolato a Siani. Gli è stata inoltre intitolata l’Aula Magna del Liceo Vico da lui frequentato.

TRATTO DA WIKIPEDIA


Omicidio a Orta Nova. 21esimo omicidio in provincia di Foggia dall’inizio dell’anno.

Postati in Cronaca con i tag , , su 14 dicembre 2011 da Speranza&Rivoluzione™

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Ucciso con due colpi di pistola, alla testa e alla gamba molto probabilmente per un regolamento di conti. Così è stato ucciso Pasquale Santoro, 35 anni, freddato con due colpi di pistola calibro 9 davanti all’autolavaggio dove lavorava, tra via Montegrappa e via Pavese a Orta Nova. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, che stanno indagando sul 21esimo omicidio in provincia di Foggia dall’inizio dell’anno, la vittima si trovava davanti all’autolavaggio quando è stata raggiunta, sembra a piedi, da un’altra persona. Il killer ha allora sparato almeno quattro colpi di pistola: due quelli andati a segno e che hanno ucciso Santoro. Poco dopo sul luogo dell’omicidio Vincenzo Bafundi e Rosa Pensa i due sostituti della procura di Foggia, che stanno coordinando le indagini. Santoro era un nome noto alle forze dell’ordine per piccoli precedenti per reati contro il patrimoni e lo spaccio di sostanze stupefacenti. E proprio nel mondo della droga sembra si stiano concentrando le indagini degli inquirenti che, però, non tralasciano altre ipotesi investigative. Al vaglio degli inquirenti anche gli agguati messi a segno – sempre a Orta Nova – tra sabato e domenica a carico di due altre persone, che sono state ferite lievemente. I carabinieri stanno valutando se ci possa essere un legame tra i due ferimenti e l’omicidio di Santoro. Per tutto il giorno gli investigatori hanno ascoltato parenti e amici per ricostruire gli ultimi momenti di vita di Santoro alla ricerca di qualche indizio che possa essere utile alle indagini.

Luca Pernice

TRATTO DA CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

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